Al Beccaria un teatro interno aperto alla città

Milano (Corriere della Sera - Cristina Lacava), 18 gennaio 2020

I minorenni: "Con il teatro ci sentiamo liberi"

Al carcere minorile Beccaria, a Milano, è stato appena inaugurato l'unico teatro all'interno di un Istituto, ma aperto alla città. Un esperimento, il primo in Europa, che si sta rivelando vincente.
Mentre si spengono le luci, sul palco salgono due ragazze: sono Antigone e Ismene, i loro fratelli si sono uccisi a vicenda, ma Antigone ha appena saputo che il re di Tebe, Creonte ha permesso la sepoltura solo a uno di loro: Eteocle, e lei non ha dubbi: nonostante la contrarietà della sorella, sfiderà la legge pur di seppellire anche Polinice.
In questa versione della tragedia di Sofocle la scena è essenziale, al centro c'è una grande pedana in legno, dove gli attori salgono e scendono, corrono, fanno capriole.
Durante lo spettacolo, spiega il regista, si apriranno alcune botole, rivelando il "mondo di sotto"; i protagonisti sono tutti giovani, molto attenti, motivati, bravi; dopo un po', lo stop: è arrivato un gran vassoio di focaccia genovese, è il momento della pausa.
Siamo nel teatro "Puntozero" del carcere minorile Beccaria, alla periferia di Milano, non lontano dalla linea del Metrò 1. È l'unico teatro in carcere in tutta Europa aperto direttamente all'esterno: un progetto partito parecchi anni fa, arrivato adesso in porto dopo mille traversie. Una scommessa senza precedenti, vinta. Dopo un'anteprima pre-natalizia con un "sold out" da 2.800 presenze per "Romeo & Juliet disaster", la prima vera e propria, è dal 22 gennaio 2020 con "Antigone": una tragedia che parla di legge divina e umana, di libertà e di obbligo morale, ma soprattutto di gioventù; un testo che non può non farsi amare da questi ragazzi, detenuti ed ex detenuti, italiani e stranieri, affiancati dagli operatori dell'associazione Teatro Puntozero, da 25 anni presente nell'Istituto penitenziario.
C'è molta attesa per lo spettacolo, le matineé sono già tutte prenotate dalle scuole; chi vuole assistere, può comprare i biglietti online (su puntozeroteatro.org) e per assistere allo spettacolo si entra da una porta sulla strada e si sale di un piano fino a una comoda sala da 200 posti, con belle poltroncine rosse donate dal Teatro alla Scala, sembra un qualunque teatro cittadino, ma all'interno, dalla parte opposta, un'altra porta si apre invece verso la Casa di reclusione.
Poco prima della pausa arrivano Cosima Buccoliero, direttrice del Beccaria (oltre che del carcere di Bollate), Mimma Belrosso, responsabile del Centro di prima accoglienza (il servizio che accoglie per 96 ore i ragazzi dopo l'arresto, in attesa della decisione del giudice minorile) e il cappellano don Gino Rigoldi. I ragazzi li salutano con calore, sono contenti che assistano alle prove, ci sono abbracci, pacche sulle spalle.
Cosima Buccoliero è arrivata al Beccaria da poco più di un anno, la maggior parte dei lavori erano stati già fatti, ma è stata lei a dare gli ultimi permessi e a imprimere lo scatto decisivo per arrivare all'apertura.
"Ci siamo battuti per un'assoluta indipendenza del teatro dal carcere, così come per la chiesa a fianco, che abbiamo aperto ai fedeli; alla Messa di Natale si poteva entrare direttamente dall'esterno, senza controlli", spiega. A spingere in questa direzione è l'idea che "il carcere chiuso possa fare ben poco, soprattutto per i giovani; la pena è qualcosa di cui tutta la comunità dovrebbe farsi carico, perché se un ragazzo viene recuperato, è una vittoria per tutti. "Non si può dire - aggiunge - chiudiamo questo qua in cella e buttiamo via la chiave; al contrario, noi dobbiamo pensare a un percorso che permetta a lui, o a lei, di essere autonomo e rifarsi una vita".
Che sia la strategia giusta lo dimostrano i risultati del carcere per adulti di Bollate: un 18 per cento di recidiva contro la media nazionale del 68/70 per cento; sicuramente un modo per aumentare la sicurezza sociale.
Al Beccaria ci sono 35 detenuti, tutti maschi (la sezione femminile è a Pontremoli), tra i 14 e i 25 anni (conta l'età al momento del reato), rinchiusi per reati anche gravi contro il patrimonio e la persona; c'è la scuola dell'obbligo, un laboratorio di cucina, la manutenzione del verde, due ditte esterne (prodotti da forno e quadri elettrici) che offrono lavoro.
Nel laboratorio di teatro sono impegnati 7/8 ragazzi, che ricevono un piccolo stipendio da 500 euro al mese: "Imparano tutti i mestieri che servono: recitano, fanno i tecnici ma anche le pulizie", dice il regista Giuseppe Scutellà. C'è Stan, rumeno, in Italia da 14 anni, ora in affidamento, che sarà libero tra 5 mesi. C'è Christian, albanese, che ha finito di scontare la pena, la mattina si alza alle 5, va a fare il muratore ed è contentissimo, poi nel tardo pomeriggio arriva al Beccaria e si trasforma in attore; la sera scrive canzoni: pare sia un rapper molto in gamba; spera di ottenere la carta di soggiorno e trovare una casa tutta sua: per ora, è ospite del regista e della sua compagna Lisa Mazoni, attrice (è lei Creonte) e socia fondatrice di "Puntozero".
In Antigone, i detenuti interpretano il coro, mentre le parti femminili sono affidate alle operatrici dell'associazione, studentesse universitarie o liceali. Sulla scelta dell'opera, il regista spiega che "è molto importante, perché parla di giustizia giusta e sbagliata, di libertà e di legge morale, di trasgressione; aiuta questi ragazzi ad avere maggiore consapevolezza. Stando insieme tutto il giorno per le prove, detenuti e studenti riflettono, è un arricchimento reciproco; i detenuti capiscono che c'è un modo per stare insieme più sano rispetto all'unico che conoscono: lo sballo, almeno, proviamo a farglielo capire".
Antigone arriva dopo il comico "Romeo & Juliet disaster", ma in programma c'è anche una versione integrale e più classica di Romeo e Giulietta: "Speriamo che entri in cartellone nella prossima stagione del Piccolo Teatro - dice Scutellà - abbiamo molti progetti; se vogliamo andare avanti, dobbiamo creare più opportunità, sia per i ragazzi, sia per la compagnia".
L'obiettivo della direttrice è, intanto, quello di concludere la ristrutturazione del Beccaria perché accolga più ragazzi: ora molti vengono dislocati in altre strutture: "Non ha senso avviare un percorso di recupero in un luogo lontano dove i detenuti, una volta usciti, non andranno a vivere"; l'altro, ancora più impegnativo, è quello "di incidere sulla quotidianità, di coinvolgere le famiglie e preparare il futuro".

Aggiornato il: 07/04/2020