Il carcere rientri nella Costituzione

Milano (Giorno - Mario Consani), 14 dicembre 2020

Luigi Pagano, una vita dietro le sbarre

Quarant'anni in prima linea: dall'incontro con Cavallero, all'omicidio di Turatello, al suicidio di Cagliari; ha creato il modello 'Bollate'; è partito giovanissimo dal carcere di Pianosa ed è arrivato fino al ministero della Giustizia, numero 2 del Dap: un vero e proprio Giro d'Italia, a tappe, lungo 40 anni tra i reclusi di Nuoro, Asinara, Taranto, Brescia, Piacenza e San Vittore.
Portandosi sempre dietro le sue idee guida: celle aperte il più possibile, carcere solo come 'extrema ratio', pene alternative da moltiplicare perché più stai dentro senza prospettiva e più torni a delinquere; ora che è in pensione, Luigi Pagano, 66 anni, campano trapiantato a Milano, continua a sperare in un carcere in linea con la Costituzione italiana e lo scrive nel suo libro 'Il direttore'.

Come le venne in mente, in pieni 'Anni di piombo', di scegliere come professione proprio il direttore di carcere?
"Fu una scelta precisa, mi aveva sempre affascinato il diritto penale, la mia tesi era in 'Criminologia', poi vidi quel bando di concorso proprio alla fermata del pullman che a Napoli prendevo tutti i giorni per andare all'università: era destino".

Prima destinazione, Pianosa, bellissima isola ma deserta e lontana da tutto.
"In pratica vivevo la stessa realtà dei detenuti, tra loro c'era Pietro Cavallero, quello del film 'Banditi a Milano': me lo sarei aspettato duro e sprezzante, invece appariva molto provato".

Nel super-carcere di Badu e Carros a Nuoro la tappa successiva: una scena terribile, quasi davanti a lei Francis Turatello massacrato a coltellate durante l'ora d'aria da altri quattro detenuti.
"Credo che capiti a pochi una cosa del genere, nel 1981 avevo appena 27 anni e solo l'esperienza di un anno alle spalle: non fummo in grado di trovare nemmeno i coltelli dopo l'omicidio".

All'Asinara ebbe a che fare con il boss della 'Nuova camorra', Raffaele Cutolo.
"Era appena arrivato in quel carcere riaperto solo per lui dopo un intervento del presidente dellA Repubblica, Sandro Pertini: prima c'era stata tutta la vicenda del sequestro e della liberazione dell'assessore democristiano, Ciro Cirillo".

A Brescia, la sua prima direzione al Nord, ebbe un'idea che di fatto la proiettò in televisione e sui giornali.
"Lessi che Maurizio Costanzo voleva chiudere il 'Costanzo show' per mancanza di palcoscenici diversi da quelli soliti, mi venne in mente di scrivergli offrendogli il teatro del carcere, accettò e seppi che sarebbe stato presente anche il ministro della Giustizia, Mino Martinazzoli che era, appunto. di Brescia".

Un bel rischio in caso di contrattempi.
"Andò tutto benissimo, e sui giornali molti parlarono del carcere in un modo diverso dal solito, proprio come speravo".

A Taranto, riuscì a portare dentro le mura perfino il mito della sceneggiata napoletana, Mario Merola.
"I detenuti lo avevano atteso per più di tre ore in piena estate, nella sala non si respirava, Merola temeva di non riuscire proprio a cantare con quel caldo, ma alla fine si fece convincere: 'Significa che 'o cantante s'adda sta e adda fa chell ca vò l'omm'".

Finalmente a San Vittore, che ha diretto per 15 anni.
"Il rapporto con Milano ha segnato la mia vita, mi sono trovato bene dappertutto, ma qui mi sono inserito benissimo nel contesto della città, questa esperienza è stata un po' il mio orgoglio personale".

Nel suo libro ricorda il colloquio del cardinale di Milano, Carlo Maria Martini nel cortile del carcere con alcuni ex aderenti alla lotta armata che si erano dissociati senza collaborare con la giustizia.
"Recitarono una preghiera insieme al cardinale, un gesto di reciproca accoglienza; tempo dopo, nelle stanze dell'arcivescovado un uomo consegnò quattro borse piene di armi in segno di resa".

A San Vittore visse anche 'Tangentopoli': un viavai in carcere di politici e imprenditori.
"Stupì tutti noi che, nonostante, non fossero avvezze all'ambiente, quelle persone si integrassero in fretta".

Però ci fu il suicidio in cella dell'ex presidente dell'Eni, Gabriele Cagliari.
"La morte in carcere di una persona è una tragedia che si abbatte su tutti, fuori scoppiò la polemica sull'uso della custodia cautelare, dentro per mezz'ora tutti i detenuti cominciarono a gridare e a battere sulla porta delle camere, alla fine scoprimmo che un altro recluso di 30 anni si era impiccato nella sua cella".

Lei ha creato il carcere di Bollate da tutti ritenuto un modello, ma per lei è solo un carcere in linea con la Costituzione come dovrebbero essere tutti.
"Infatti, a volte quasi mi pento di aver ideato quel 'modello', perché in questo modo Bollate finisce per restare un'eccezione".

Si è battuto 40 anni per un carcere aperto, per una più diffusa applicazione delle misure alternative che abbattono i tassi di recidiva, lei pensa che il Paese ci arriverà mai?
"Purtroppo temo di no, l'opinione pubblica è contraria - posso anche capirla - ma non capisco le Istituzioni che hanno il dovere di rispettare la legalità: ci vorrebbero esponenti politici in grado di imboccare quella strada senza temere di perdere voti, ma francamente, in giro non ne vedo".

E se le chiedessero di fare politica?
"Giuro non saprei che dire, anche se la voglia di fare mi è rimasta".

Aggiornato il: 01/02/2021