In pandemia siamo diventati invisibili

Milano (Corriere della Sera - Roberta Scorranese), 12 dicembre 2020

Secondo la direttrice di Bollate, Cosima Buccoliero

Direttrice, il 7 dicembre 2020 le hanno dato l'Ambrogino d'oro, riconoscimento che si conferisce a chi ha fatto del bene a Milano.
"È andato al carcere di Bollate e al Beccaria, e alle nostre attività di apertura verso l'esterno: dai laboratori artigianali al ristorante 'InGalera', qui c'è vita, non solo pena; da sempre questo è stato il mio mantra: il carcere deve aprirsi, non chiudersi alla società".

La pandemia però (ri)chiude: le attività di formazione dei detenuti, per cominciare, quel lento reinserimento che comincia proprio dal carcere.
"È vero, per noi è stato come aver fatto cento passi indietro, questo ha ripercussioni nella vita dei detenuti che è difficile comprendere per chi sta fuori, perché in carcere già solo l'atto di immaginare una seconda vita, una seconda chance dopo aver sbagliato, richiede impegno, volontà e fantasia; se poi quello stretto pertugio verso l'esterno, aperto a fatica, viene chiuso, si rischia di non crederci più".

Cosima Buccoliero, 52 anni, pugliese di origine, è la direttrice (uscente) del carcere di Bollate e del Beccaria (Istituto penale minorile di Milano), a gennaio 2021 andrà a fare la vice nel penitenziario di Opera, ma dal 2004 lavora a Bollate (un carcere-modello dove i detenuti lavorano, studiano, fanno sport, scrivono, dipingono e sono molto integrati con la società; tra le numerose e terribili ricadute della pandemia ci sono anche gli effetti su un mondo di cui si parla poco: quello dei carcerati, se ne parla pochissimo.
"Guardi, non voglio fare un paragone con le Rsa, ci mancherebbe, ma è come se fossimo diventati invisibili, faccio notare una contraddizione evidente: come si fa a chiedere ai detenuti di mantenere le distanze quando ci sono carceri con evidenti problemi di sovraffollamento?".

Che cosa significa per un detenuto non poter condividere nemmeno un breve lasso di tempo con gli altri?
"In un mondo dove non c'è nessuna forma di privacy, quegli spazi di contatto scelti o voluti, con questo o quel compagno di detenzione sono preziosissimi, perché sono le uniche volte in cui si può discernere tra ciò che ci piace e ciò che non ci piace, tra ciò che ci fa stare bene e ciò che ci mette a disagio, se spariscono anche quelli si annulla la volontà di un individuo; il nostro è un compito delicatissimo: far comprendere loro che le restrizioni sono necessarie".

Forse nella nostra cultura non si è mai davvero affermato il concetto di carcere come rieducazione, mentre resiste quello di carcere come punizione e basta?
"Credo che ci sia del vero in questo: la detenzione è sì lo sconto della pena, ma deve essere anche una fase di preparazione ad una seconda possibilità, è questo il difficile, molti di quelli che arrivano da noi non hanno i giusti strumenti per pensarsi di nuovo liberi, e il mio lavoro è quello di accompagnarli all'uscita".

Quando pesa la cosiddetta 'cultura forcaiola': quelli che incitano alla punizione e basta, senza pietà?
"Moltissimo, incide anche sul sentire del resto della società, che così tende a vedere i detenuti come esseri di un altro pianeta, persi per sempre, quando invece è il contrario".

Le detenute con figli piccoli: che cosa si può fare?
"Non dovrebbero esistere detenute con figli piccoli".

A Bollate avete un nido per questo: quanti bambini ci sono adesso?
"Due, ma dal 2015 - anno in cui è stato fondato - abbiamo avuto solo due mesi senza bambini, e  questo è allarmante, perché è vero che si tratta di una struttura di assistenza, però il fatto che un bambino piccolo conosca il carcere e percepisca le inevitabili tensioni che ci sono al suo interno, secondo me è pericoloso".

Durante la pandemia si sono anche ridotti - in alcuni momenti annullati - i contatti con i familiari.
"Ecco, ancora una volta facciamo uno sforzo di immaginazione: all'ansia di ammalarsi si aggiunge l'ansia di non sapere come sta tuo padre, tua madre, tuo marito, tua figlia, e per le donne è anche peggio".

Perché?
"Perché molto spesso le donne sono il centro di una famiglia, lo dico attingendo alla mia esperienza, senza di loro crolla tutto; ecco perché, paradossalmente, per le detenute è meglio non avere dei familiari là fuori".

Se conoscono il carcere da piccoli, sempre stando alla sua esperienza, i bambini hanno molte probabilità di tornarci, da adulti?
"Non saprei, di certo ho incontrato tanti detenuti i cui genitori hanno fatto l'esperienza della detenzione: ne ricordo uno che raccontava sempre di essere nato a Regina Coeli e senza aver mai conosciuto suo padre".

Che sentimenti nascono, in prevalenza, tra i detenuti?
"Ci sono numerose storie d'amore, ma là fuori per la maggior parte non durano e secondo me non sono da incoraggiare più di tanto".

Perché?
"Perché qui dentro l'amore spesso nasce come un'àncora di salvataggio: già il solo pensare che a poca distanza da te c'è qualcuno che ti sta pensando, a volte ti salva la vita, però quando si esce la visione del mondo cambia e per fortuna se uno dei due resta in carcere e l'altro lo va a trovare non è un bene per chi ha riacquistato la libertà; io lo dico sempre: una volta fuori bisogna cercare di non tornare più qui".

Mi racconta una storia di un autentico riscatto?
"Una storia esemplare: un ragazzo con numerosi problemi, faceva fatica a trovare la sua seconda possibilità, poi da noi ha studiato informatica (a Bollate è attiva la Cisco Network Academy, ndr) e si è specializzato, quando è uscito ha trovato lavoro e sa dove? Presso un sistema di sicurezza bancaria".

Direttrice, quanto è difficile convincersi che potrebbe capitare a chiunque di finire dietro le sbarre?
"Più di quanto si immagini, spesso si tende a figurarsi un detenuto come il prodotto di una famiglia problematica, un figlio del disagio; ma non è sempre così, si finisce in carcere per ingenuità, per eccesso di fiducia in se stessi, per disattenzione, per ignoranza o per avidità; quest'ultima condizione la riscontro sempre più spesso nei giovani, al Beccaria non arrivano solo ragazzi cresciuti in situazioni difficili, spesso arrivano i ragazzi di buona famiglia, in ottime condizioni economiche, ma che hanno commesso reati perché volevano più soldi, più successo, più tutto".

La maggior parte di chi commette violenza contro le donne viene da contesti considerati normali?
"Non ho le statistiche qui, ma è vero: sono frequenti i casi in cui 'l'orco' non è quello che ti aggredisce di notte o all'angolo della strada, nella maggior parte dei casi chi commette violenza è il vicino d'appartamento, il parente o perfino il familiare".

Me la racconta un'altra bella storia di riscatto?
"Sì, avevamo un detenuto non più giovanissimo, che aveva rotto i legami con la famiglia, il figlio maggiore non voleva più sentirlo, però in carcere quest'uomo ha fatto un percorso molto bello: ha studiato, ha lavorato e ha stretto amicizia con altri; così, quando è morto, sono stati i suoi compagni di detenzione che mi hanno chiesto di incontrare la sua famiglia, perché volevano mostrare - soprattutto al figlio grande - i lavori del padre, le sue lettere e i suoi progressi, per raccontargli chi è stato davvero".

Aggiornato il: 02/02/2021