L'agente Schivo "non si girò dall'altra parte"

Milano (Corriere della Sera - Paolo Foschini), 22 gennaio 2020

Il ritorno di Segre a San Vittore

A volte per essere "giusti" può diventare "necessario scegliere di disubbidire alle regole".
Che questo principio venga invocato proprio dall'interno di un carcere, e in un silenzio pieno di commozione rotto solo dall'applauso finale dei detenuti e delle autorità tutte in piedi, può apparire un filo contraddittorio per chi non fosse stato presente.
Non per chi invece, ieri mattina (21 gennaio 2020, ndr), ha ascoltato esattamente queste parole nella Rotonda centrale di San Vittore pronunciate prima dal direttore Giacinto Siciliano e poi ripetute con forza ancora maggiore dalla senatrice a vita Liliana Segre.
Tornata in questo carcere per ricordare, lei che, tredicenne, ne era stata prigioniera con il padre prima di essere deportata ad Auschwitz con lui, più altri 603 ebrei. La senatrice ha pronunciato le parole di cui si diceva, però, in memoria di un uomo che ebreo non era e che, anzi, nel carcere di San Vittore aveva lavorato fino al luglio del 1944, mentre era lì anche lei, apparentemente da due parti opposte del cancello. Si chiamava Andrea Schivo ed era quello che allora si chiamava agente di custodia, oggi sarebbe di Polizia penitenziaria. Fu arrestato dalle SS - allora i padroni assoluti di un pezzo intero di San Vittore - per aver portato cibo e conforto ai prigionieri ebrei. Finì nella cella 108 ("Io e papà eravamo nella cella 202 - ha ricordato la senatrice - e la mia liberazione da Auschwitz avvenne il 1° maggio 1945"), e da quella cella l'agente Schivo venne portato a Bolzano, poi nel campo di Flossenburg, dove fu ucciso il 29 gennaio 1945.
"Andrea Schivo - così lo ha ricordato lei - scelse di essere uomo pur sapendo il rischio che correva, a differenza di moltissimi italiani, direi del 99 virgola nove per cento degli italiani, che in quegli anni, invece, si girarono dall'altra parte".
La senatrice è arrivata a San Vittore accolta da un picchetto d'onore proprio in corrispondenza della "Pietra d'inciampo" posta in memoria dell'agente Schivo davanti al portone di piazza Filangieri; poi, giunta nella Rotonda, ha ascoltato le testimonianze lette da due giovani detenute sulla base di scritti dell'epoca; quindi di testimonianza ha reso la sua.
"Entrare qui - ha detto - mi provoca ogni volta un grandissimo choc: nessuno di quelli che erano con me è tornato a casa", e ha raccontato di quando "i detenuti comuni, mentre noi 605 ebrei  attraversavamo il cortile per essere spinti a calci e pugni sui camion, dalle loro celle ci lanciarono cibo, sciarpe, indumenti, tutto quel po' che potevano: furono gli unici, i detenuti comuni, a dimostrare umanità verso di noi; passarono altri due anni prima che io rivedessi degli uomini, fino ad allora vidi solo mostri".
Nel 2007 Andrea Schivo è stato proclamato "Giusto tra le Nazioni": il massimo riconoscimento concesso dallo Stato d'Israele.

Aggiornato il: 07/04/2020