San Vittore, la sfida di Juri

Milano (Corriere della Sera, Giusi Fasano), 28 gennaio 2020

Lo psicologo che trasforma i detenuti in cittadini

Angelo Aparo dal 1977 segue migliaia di carcerati con il 'Gruppo della Trasgressione': "Il mio debito con Sergio Cusani, e dopo 40 anni dico che occorre dare fiducia e lavoro a queste persone, perché ne guadagnerà tutta la società".
Questa è la storia di un uomo che ha passato quarant'anni della sua vita in carcere senza essere né detenuto, né agente penitenziario, uno che in carcere, 22 anni fa, ha cominciato una strana rivoluzione ancora oggi in corso: arruola soldati che fanno la guerra a sé stessi e al loro passato, il campo di battaglia è il Gruppo, che quei soldati siano assassini, rapinatori, corrotti, ladri, poco importa, quel che conta è la regola di ingaggio nel gruppo, per tutti uguale: per avere diritto di parlare, devi recitare il teorema di Pitagora o una poesia, devi insomma dimostrare che ti sei impegnato a imparare qualcosa.
L'uomo dei 40 anni dentro si chiama Angelo Aparo, 68 anni, per tutti "Juri": nome preso in prestito da vecchi pensieri su Juri del Dottor Zivago, era un ragazzo dalle belle speranze quando, a settembre del 1977, si presentò al portone del carcere di San Vittore: "Sono lo psicologo", e varcò per la prima volta la soglia della prigione più nota del Paese. "A quel tempo ero uno dei primissimi psicologi del carcere - ricorda - c'ero io soltanto per San Vittore e per Varese, 2.000 detenuti in tutto, oggi ce ne sono 8-10 in ogni sede; nel tempo è molto cambiato quel che faccio rispetto a 40 anni fa, per una ventina d'anni ho incontrato e parlato con detenuti che non avevano nessun interesse a farsi conoscere e a raccontarsi, come invece fanno i miei pazienti fuori dal carcere; succedeva che quando il tempo trascorso in cella era diventato compatibile con una possibile misura alternativa intervenivo io: chiamavo il detenuto, chiedevo, valutavo, scrivevo la relazione, era raro che qualcuno si rivolgesse a me spontaneamente per chiedere aiuto, a meno che non fosse un aiuto per uscire in fretta dal carcere".
Una ventina d'anni così, poi la svolta con il 'Gruppo della Trasgressione': il Gruppo - la rivoluzione di Juri - è lo strumento di cui in 22 anni si sono serviti un migliaio di detenuti per viaggiare (come direbbe De André) "in direzione ostinata e contraria" al loro passato criminale; è discussione, autoanalisi, analisi di gruppo, incontri con le vittime di reato, teatro, insegnamento per giovani bulli nelle scuole o confronto con altri detenuti che vogliono capire, partecipare; è l'incontro con le istituzioni, con i magistrati e i direttori illuminati, con il mondo del lavoro, con la vita reale oltre le sbarre; è la via maestra che porta alla consapevolezza e alla creazione di una coscienza civile; in un solo concetto: il Gruppo trasforma i detenuti nei cittadini che non sono mai stati o che hanno dimenticato di essere.
Dottor Aparo ci spiega come è nato tutto questo?
"C'entra un viaggio e una passeggiata con la mia compagna a Bologna, parlavamo di trasgressione e facemmo un discorso su quel concetto che mi rimase in mente, e poi c'entra Sergio Cusani che in quegli anni stava scontando la sua condanna ed era un mio paziente, un detenuto che mi parlava per relazione, non per dovere, una rarità: stava male, si interrogava, parlammo del fatto che io fossi molto interessato a persone come lui, a ottenere che i detenuti avessero voglia di capire la loro storia, di cercarla e ci chiedemmo: come facciamo a trovare la via giusta perché questo accada? la risposta arrivò spontanea, ci siamo detti che serviva un gruppo di riflessione svincolato dalle relazioni che lo Stato chiedeva per valutare i detenuti".
Da qui la creazione del Gruppo.
"Cusani diventò mio alleato, passarono alcune settimane, dopodiché mi presentai dai detenuti della sezione penale, cioè quelli che erano stabili a San Vittore, e dissi: vorrei creare questo Gruppo, ci state? le adesioni arrivarono rapide e a pioggia, partimmo in quarta, con riunioni due volte alla settimana, a quel punto ne parlai con il direttore di allora, Luigi Pagano e il progetto partì davvero".
Da dove avete cominciato?
"Dalla ricerca delle trasgressioni di ciascuno, dagli ingredienti stessi di ogni trasgressione; un tema che ricordo bene, all'inizio, fu la sfida: cercavamo risposte al perché delinquere significa sfidare; negli anni abbiamo battezzato l'adrenalina, la sfida, il bisogno di eccitazione, con l'espressione 'virus delle gioie corte'; accanto alle riunioni settimanali e agli scritti dei detenuti, avevamo molto spesso ospiti prestigiosi dai quali imparare e con cui confrontarci: Enzo Biagi, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni, Fabio Fazio. Il 24 dicembre 1997, a casa di Dori Ghezzi e Fabrizio De André avevamo concordato che il nostro primo ospite sarebbe stato lui, ma poco dopo si ammalò e quell'incontro in carcere non ci fu mai: un dolore dal quale nacquero qualche anno dopo i concerti della 'Trsg.band', con le canzoni di De André e le riflessioni dei detenuti sulle loro storie sbagliate".
Quanti detenuti si sono legati al Gruppo finora?
"Un migliaio in 22 anni, in questo periodo abbiamo 55-60 detenuti divisi in più gruppi, nei quali io sono sempre presente, nelle carceri di Opera, Bollate e San Vittore, e poi c'è il gruppo esterno, cioè detenuti che possono essere liberi di giorno o che sono in libertà condizionale con i quali ci ritroviamo una volta alla settimana in una sede messa a disposizione dalla 'Associazione Libera, lotta contro le mafie'".
Per quanto tempo un detenuto resta nel Gruppo?
"Molto, alcuni sono con me da nove-dieci anni e hanno assorbito una tale quantità di concetti e di princìpi che ormai non è più riconoscibile il confine fra il loro vissuto e il vissuto del Gruppo, fra quello che hanno imparato da me e quello che pensano, ci sono situazioni nelle quali questo è lampante, per esempio a San Vittore, dove tre detenuti con 9 anni a testa di esperienza nel Gruppo escono dal carcere di Opera ed entrano con me in quello di San Vittore per aiutare i detenuti del reparto 'giovani adulti' a emanciparsi dalle maschere dei duri con cui sono finiti in carcere: magari sbagliano qualche congiuntivo però sanno dire e sentire cose profonde, sanno riconoscere le loro fragilità e sanno che questo li rende liberi, con la mente ancor prima che con il corpo; a un certo punto uno dei valori aggiunti del Gruppo è stata la partecipazione ai nostri incontri di alcuni parenti di vittime di reato; ci sono detenuti per i quali il Gruppo è diventato famiglia, alcuni tornano da me in studio, come pazienti, quando sono magari liberi da anni".
Il Gruppo è legato a una cooperativa?
"Abbiamo aperto una cooperativa sociale nel 2012 che si chiama 'Trasgressione.net' e che mi ha permesso di fare un grandissimo passo avanti sulla conoscenza del detenuto, attraverso il lavoro della cooperativa vedo com'è la sua interazione con gli altri, vedo vivere la vita vera perché ovviamente una cosa è parlare, un'altra è masticare le difficoltà della vita".
Di che cosa si occupa la cooperativa?
"Vende frutta e verdura, al mercato, a ristoranti, bar, gelaterie, mense, gruppi di acquisto solidale, a chiunque ne abbia bisogno, occasionalmente facciamo piccoli lavori di manutenzione, traslochi, tinteggiatura, lavori di pulizia, ma in questo momento quello che la cooperativa riesce a mettere assieme non è sufficiente a dare lavoro alla 'Squadra anti degrado' che servirebbe per l'attività sociale e di prevenzione che facciamo, la cooperativa ha lo scopo di dare un lavoro e quindi uno stipendio ai detenuti che poi sono gli stessi che fanno azione sociale attraverso il Gruppo; faccio appello alla sensibilità sociale e civile di chi pensa che un detenuto recuperato, cittadino e lavoratore è un bene per tutti".
Che cosa chiede esattamente?
"Il principale obiettivo della cooperativa è fare in modo che chi si comportava da predatore sentendosi del tutto estraneo alle sue vittime, possa sentirsi nella sua seconda vita parte significativa della collettività, questo diventa più facile se i detenuti in misura alternativa e gli ex detenuti hanno un lavoro e partecipano a progetti a sfondo sociale; con il Gruppo i detenuti imparano a far diventare le loro storie sbagliate e i loro percorsi evolutivi strumenti per comunicare in modo efficace con i giovani: è quello che facciamo da oltre quindici anni nelle scuole e sul territorio per contrastare bullismo e dipendenze da droga, alcol e gioco d'azzardo; inoltre con i nostri convegni cerchiamo tutti gli anni di documentare pubblicamente i risultati raggiunti e di condividerli con le autorità istituzionali, gli studenti universitari e i comuni cittadini.
Quindi?
"Quindi, affinché la nostra cooperativa possa avere dei testimonial capaci di svolgere questo ruolo è indispensabile che i detenuti, dopo anni di training con il Gruppo, e una volta ottenuta la misura alternativa, abbiano un lavoro e uno stipendio; abbiamo bisogno di lavorare di più, di un maggior numero di clienti - cioè di bar, ristoranti, mense, gelaterie - ai quali portare frutta e verdura; tra l'altro abbiamo qualità del prodotto, velocità nelle consegne e prezzi concorrenziali, in alternativa possiamo stipulare contratti di lavoro fra la cooperativa e le aziende che abbiano bisogno di mano d'opera; vorrei dire che per ogni ex delinquente che diventa cittadino, la società guadagna, anche il futuro dei suoi figli; scriveteci, provate a partecipare al progetto 'cooperativa@trasgressione.net' lavoriamo assieme".

Aggiornato il: 07/04/2020