Se in carcere la pena diventa una tortura

Milano (Corriere della Sera - Gino Rigoldi), 2 dicembre 2020

Il pensiero del cappellano dell'Ipm di Milano

Mi sento anch'io solidale con Rita Bernardini per lo sciopero della fame che sta facendo per protestare contro la condizione di troppe carceri italiane, dove il sovraffollamento rende impossibile una vita accettabile. Se in una stanza di due letti stanno quattro o più detenuti, e ci stanno per 23 ore al giorno, non si può più parlare di espiazione della pena, si deve chiamare tortura.
Incontrare un ragazzo conosciuto sano e forte e vederlo, dopo qualche mese in un carcere per adulti, dimagrito di una decina di chili e colmo di disperazione, è una grande pena che esige un cambiamento secondo me possibile.
Occorre dire e far diventare concreto il termine 'recidiva': ci sono carceri italiane dove la recidiva si aggira intorno al 20 per cento, altre - anche nella stessa regione - dove la recidiva si aggira intorno all'80 per cento.
Si dovrebbe, allora, partire da una prima condizione apparentemente ovvia: un direttore o direttrice in ogni Istituto penale e un comandante della Polizia penitenziaria in ogni Istituto penitenziario; nella realtà, diversi direttori hanno una sede principale e fanno i direttori di altre strutture carcerarie, dove spesso capita che ci vadano solo per firmare le carte, e in queste carceri dove c'è un direttore di passaggio chi comanda? Nella quotidianità comanda chi c'è, comunque sia, e lo stesso ragionamento vale per la Polizia penitenziaria; va da sé che dove non c'è il direttore o il comandante titolare, è facile che si creino paludi di inerzia e di sovraffollamento.
Una seconda condizione necessaria è la presenza di educatori nella misura di almeno 1 ogni 50 detenuti, perché l'educatore o educatrice è la figura che ha rapporti tra il detenuto, la famiglia, la direzione dell'istituto, gli avvocati e i servizi sociali: se gli educatori non ci sono o sono troppo pochi - come quasi sempre succede - il detenuto è abbandonato e i più svantaggiati rimangono, di fatto, senza più diritti; l'educatore è quella figura che, insieme con la direzione, i servizi sociali, la scuola o la formazione professionale, costruisce il progetto per il dopo carcere.
Credo che manchino all'appello, per rispettare il minimo rapporto di 1 a 50, diverse centinaia di educatori, io trasformerei la sacrosanta protesta per il sovraffollamento in una richiesta di personale e di responsabilità, così che ogni Istituto penitenziario possa avvicinarsi se non al 20 per cento della recidiva almeno a numeri sempre più vicini, e che sia possibile è dimostrato da almeno una decina, forse qualche decina di carceri, dove c'è un impegno per il reinserimento nella società con la cura per l'alloggio, il lavoro e la formazione professionale; in questi Istituti di pena si fa una detenzione in qualche modo produttiva: si fa sicurezza perché la gran parte non delinque più, si fa economia perché non si aggiungono numeri a numeri e quindi meno pericolo di sovraffollamento e delle spese relative, mentre in altre tipologie di carceri si fa una gestione dura o semplicemente di custodia immobile, perciò sterile per le persone e diseconomica per lo Stato.
 

Aggiornato il: 02/12/2020